ALL YOU CAN EAT BUDDHA [SubITA]

Titolo originale: All You Can Eat
Nazionalità: Canada
Anno: 2017
Genere: Commedia, Drammatico, Fantastico, Visionario
Durata: 85 min.
Regia: Ian Lagarde

Certi film, pur essendo straordinari, non troveranno mai nella grande distribuzione tradizionale. È qui che subentra il fondamentale ruolo culturale dei migliori festival di , e i cinefili che hanno la di presenziare alle proiezioni del concorso del Lucca Film Festival e Europa 2018 non dovranno lasciarsi scappare All You Can Eat , anteprima italiana del visionario debutto alla regia del direttore della fotografia Ian Lagarde.

Il soggetto basterebbe da solo a dare la dimensione della peculiarità dell’opera dell’autore canadese: un sovrappeso e trasandato, di cui non sappiamo nulla, arriva in un in Sud-America, dove esercita da subito un’irragionevole fascinazione sul personale della struttura. Disinteressato ai futili divertimenti offerti dall’animazione, sembra cercare un limbo in cui perdersi piuttosto che una distrazione. Sarà l’incontro con un polpo gigante arenato sulla battigia a fare da fulcro alla : da quando la seducente voce dell’animale proferirà delle misteriose profezie all’, questi inizierà a manifestare poteri taumaturgici, e mentre diventerà una presenza luminosa per chi lo circonda, inizierà ad autodistruggersi per l’eccesso di e l’assenza di cure del suo diabete. Quando il corpo dell’ inizierà ad andare in cancrena, anche il villaggio e il paese tutto in cui si trova inizieranno a sprofondare nel caos e nel .

La pellicola, presentata originariamente al Toronto International Film Festival, è caratterizzata da un inusuale equilibrio tra ironia grottesca, surrealismo e dramma. Interamente costruita su un non luogo quasi metafisico, che con il suo intrattenimento di plastica – straordinariamente commentato da un sonoro disturbante – sembra votato a far perdere ogni di sé agli avventori, la provocatoria pellicola di Lagarde si muove in un terreno vicino alla poetica del Sartre di Huis Clos, pur procedendo poi in tutt’altra direzione.

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Il protagonista (Ludovic Berthillot) sembra un eletto inconsapevole, irrimediabilmente distaccato da un mondo che invece lo cerca, prova per lui empatia, lo accoglie. In tal senso il personale dell’Hotel Palacio – soprattutto nelle bellissime figure del cameriere e della delle pulizie – ha un ruolo che dall’ospitale trascende nel protettivo, quasi come se le figure erranti che si occupano dell’albergo ne fossero in qualche modo dei sacerdoti.

La figura del polpo, che non può non far pensare alla creatura seducente de La Region Salvaje di Amat Escalante, con la sua estraneità quasi divina e divinatoria contribuisce a fare della che si consuma sullo schermo una sorta di lisergico, che accompagna in un percorso di rovina e che coinvolge tanto il protagonista quanto lo spettatore.

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Una pellicola come All You Can Eat richiede ovviamente agli spettatori un coinvolgimento interpretativo ben diverso rispetto a un più convenzionale ma, pur senza darci certezze, sembra offrire una denuncia allegorica dell’imperialismo dell’occidente capitalista, che colonizza paradisi del sud del mondo con un turismo volgare e superficiale, vendono la promessa del benessere ma portando rovina, e ‘cannibalismo’.

Un lavoro selvaggiamente creativo e fuori dal comune, che vi consigliamo assolutamente di vedere.

Recensione: anonimacinefili.it

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By Anam

I'm A Fucking Dreamer man !

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