BAB’AZIZ [SubITA]

Titolo originale: Bab’Aziz: Le prince qui contemplait son âme
Nazionalità: Tunisia
Anno: 2005
Genere: Drammatico
Durata: 96 min.
Regia: Nacer Khemir

Nel film, un anziano cieco parte per un viaggio attraverso il deserto in compagnia della nipotina Ishtar per partecipare a un raduno di dervisci. Allo scopo d’intrattenere la bambina, Bab’ Aziz le racconta la storia di un principe provvisto di bellezza e ricchezza, che inspiegabilmente si perde nel deserto e viene poi ritrovato inginocchiato accanto a una fonte d’acqua. In essa il giovane scorge la sua anima e nessuna sollecitazione esterna ha il potere di distoglierlo dalla sua contemplazione. Fra panorami mozzafiato per la loro bellezza, in mezzo alle rovine di edifici colpiti dal vento, sotto cieli stellati e accanto al di bivacco, i due incrociano altri viaggiatori, ognuno impegnato a percorrere il proprio cammino, o a inseguire la propria ossessione amorosa, terrena o spirituale che sia, o anche in cerca della vendetta per supposti torti subiti.

Bab’Aziz offre una visione affascinante in bilico tra sogno e realtà, dove e ambientazioni, che paiono scaturire dalle favole dell’antico Oriente, si mescolano con grande naturalezza a dettagli contemporanei come radio, moto, occhiali e abiti. La figura del derviscio cieco fa il paio con quella del Derviscio Rosso, un cencioso che risponde in pieno ai canoni del “folle di Dio”, mentre la bambina Ishtar, spirito rinchiuso in un infantile, ha tuttavia un’anima anziana per saggezza e misteriosa esperienza. Il giovane Osman, invece, vuole ritrovare una bellissima incontrata in un incantato in fondo al pozzo in cui era precipitato, e sembra essere il gemello spirituale di Zaid, un altro giovane innamorato di una donna, conosciuta e sedotta dopo una tenzone poetica in cui è risultato vincitore con una sulla danza dell’universo in lode a Dio.

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C’è dunque un continuo contrappunto tra queste esistenze, che intersecano le loro e le sciolgono, mentre la luce del deserto delinea, con precisione e volatilità insieme, le orme del cammino che essi imprimono sulla sabbia. Come ha detto il regista stesso: “Il deserto è un campo letterario e un campo di astrazione, allo stesso tempo. Si tratta di uno dei rari luoghi dove l’infinitamente piccolo, che è un granello di sabbia, e l’infinitamente grande, che sono miliardi di granelli di sabbia, si incontrano. È anche un luogo dove si può avere un vero senso dell’Universo e della sua scala. Il deserto evoca anche la lingua araba, che porta la delle sue origini. In ogni parola araba, vi scorre un po’ di sabbia. È anche una delle principali fonti di d’amore araba.”

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La stessa storia del principe, perduto a contemplare la sua anima specchiandosi nel pozzo, si discosta dal mito di Narciso innamorato del proprio involucro esteriore, visione destinata a sbriciolarsi e a fallire, per calarsi nelle sue profondità invisibili ma durature. Conseguenza naturale è che, alla fine, il principe non si accontenterà della mera dell’anima, ma l’abbraccerà fino in fondo in maniera più che sorprendente. Il regista ha spiegato che l’ del principe gli era venuta da una lastra dipinta in Iran nel 12° secolo, e che voleva anche offrire una visione dell’Islam molto diversa da quella che purtroppo emerge dai fatti di cronaca, dalla lettura che ne danno i media e dagli integralismi religiosi.

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Il senso del film è una della vita come viaggio nel e di ricerca, secondo la quale, come nel detto che apre il film: “Ci sono tante che portano a Dio, quante sono le anime sulla terra.” 

Recensione: ilmanoscrittodelcavaliere.blogspot.it

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By Anam

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