DEAD OR ALIVE TRILOGY [SubITA]

Titolo originale: Deddo oa araibu: Hanzaisha
Nazionalità: Giappone
Anno: 1999
Genere: Azione, Drammatico, Fantascienza, Fantastico, Thriller
Durata: 105 min.
Regia:

L’incipit è una folgorazione di quelle che sono destinate a marchiare a fuoco il tuo immaginario cinematografico. “One, Two, Three, Four”… e si parte per un viaggio allucinato e ipnotico: quasi dieci minuti di montaggio serratissimo e concitatissimo, scandito da martellante rock, un’enciclopedia di tutti gli eccessi e le i(ni)immaginabili da umana.

Dopo ci si riassesta sui binari dello yakuza movie e si calpestano temporaneamente le orme dei padri (Fukasaku) e dei fratelli maggiori (Kitano). Solo per poco, perché di quando in quando si verificano scossoni tellurici che fanno traballare la precaria costruzione del genere. Incontenibili eruzioni di e delirante, a volte candidi siparietti comici, a volte mefitiche rappresentazioni di violenza e sopraffazione. E poi si scoprono le tinte accese di un melò in cui due personaggi speculari, giustapposti e tra loro compenetranti (un po’ come il doppio Ichi/Kakihara) si misurano l’un contro l’altro e soprattutto contro se stessi. Due ronin sperduti, incapaci di assolvere al proprio ruolo sociale e familiare.

“Dead or Alive” è, proprio come tutti i film di Miike, inclassificabile. Ma ancora più inclassificabile è il suo finale, vera e propria epifania epico-fumettistico-granguignolesca che si diverte a squarciare il castello di certezze e aspettative dello spettatore (in)consapevole e a nascondere nella sabbia la bussola dell’orientamento filmico. Nel cuore ci rimangono solo due granitiche certezze: Riki Takeuchi e Sho Aikawa.

Recensione: ilcorsaronero.unlockproject.fun


Titolo originale: Dead or Alive 2: Tōbōsha
Nazionalità: Giappone
Anno: 2000
Genere: Azione, Drammatico, Fantascienza, Fantastico, Thriller
Durata: 97 min.
Regia:

Con la stramba trilogia di Dead or alive (accomunata solo dai due protagonisti e dal regista), quel folle di ci ha abituati ad improvvisi cambi di registro. Se la prima pellicola, “Dead or alive”, iniziava e finiva in modo psichedelico e con una parte centrale che fondava le sue radici nelle gangster stories più tipiche, questo secondo capitolo non è da meno: non solo c’è un grande cambio di registro che trasforma un film sanguinario nel racconto dell’infanzia perduta, ma introduce anche temi che immaginavamo lontani dal cinema di Miike. Non c’è più l’eterno confronto tra un bene e un male che si confondono sempre più, ma il racconto di un’infanzia e dell’ingresso nel mondo degli adulti di due che, da grandi, diventeranno spietati . A causa di uno sbaglio, i due amici si rifugeranno entrambi sull’isola natia per scappare dai sicari che vogliono ucciderli. Il ritorno sull’isola rappresenta non solo il rifugiarsi in un luogo, ma quasi in uno stato mentale, quello dell’infanzia, che sembravano aver dimenticato per sempre. Qui Miike compie la scelta coraggiosa di lasciar da parte il e la violenza per descriverci con un’inaspettata dolcezza quel mondo ormai perduto, fatto di giochi, avventure, amici.

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Ma il tutto non è intriso del buonismo statunitense, ed è qui che Miike convince ancora di più: la violenza (grazie ad un efficace montaggio) ritorna nelle vite dei protagonisti, non come la forza distruttrice di un luogo ameno, ma come un passaggio obbligato per passare dall’infanzia alla maturità. Non è un caso che da questo momento in poi i due ricominceranno ad uccidere, ma per una buona causa. E per quanto possa sembrare strampalato il tutto, posso assicurarvi che questo è uno dei migliori film di Miike, sia grazie alla spietata forza tematica, sia grazie ad una regia che riesce bene a muoversi in questi territori impervi. Non mancano di certo e violenza, ma è sorprendente come Miike riesca a destreggiarsi tra le due anime della pellicola (quella più sanguinaria e quella più tradizionale). Non solo una questione di regia ma, soprattutto, dell’eccellente montaggio di Yasushi Shimamura (collaboratore abituale di Miike) che, in un cinema internazionale in cui il montaggio sembra oramai servire solo a dare ritmo al film, ripesca il suo valore simbolico che non ritorna solo in alcuni momenti, ma percorre tutto il film con una serie di montaggi alternati che lasceranno stupefatti gli spettatori.

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Recensione: pellicolascaduta.it


Titolo originale  Dead or Alive: Final
Nazionalità: Giappone
Anno: 2002
Genere: Azione, Drammatico, Fantascienza, Fantastico, Thriller
Durata: 88 min.
Regia:

Nel 2346, uno spietato trafficante di droga governa una città allo sbando. Ai suoi ordini, un inossidabile , una macchina di morte che esegue ogni compito senza fiatare. Contro di lui, un di rivoluzionari minato da numerosi conflitti interni. Con loro si schiererà Ryo, un potentissimo replicante.

Capitolo abbondantemente minore della trilogia, ma non per questo meno ricco di spunti interessanti, Dead or Alive: Final, come suggerisce il titolo, chiude la saga che ha visto i volti carismatici di Riki Takeuchi e Sho Aikawa battersi a , essere teneri amici d’infanzia e infine, ora, di nuovo abili segugi che si studiano a vicenda per prevenire l’uno le mosse dell’altro. Miike non si smentisce, conferma la natura bislacca della serie e ambienta l’episodio finale trecento anni nel , creando un vago omaggio a Blade Runner (le scene iniziali, i replicanti), e se piace il trasformismo della pellicola, la sua potenza instabile nel passare da ordinario canovaccio action postatomico con ribelli vs megavillain a profondo, intimista, lento dramma personale, è abbastanza palese una certa confusione complessiva e una mancanza di mordente che danneggia la riuscita finale.

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Lo script è sfocato e irrisolto, il ritmo altalenante, si balza da momenti di posata teatralità ad altri di noia ingiustificata, da ottime, concise sequenze di combattimento a lungaggini soporifere ed evitabili, e su tutto alleggia un’inattesa non-violenza proprio quando l’esagerata, sanguinaria aggressività era stata punto di riferimento e costante dei primi due . Complice l’assoluta assenza di validi riferimenti scenografico-temporali che diano l’idea di un mondo futuristico (tolta l’astronave iniziale e l’esistenza dei cyborg, dall’aspetto comunque di persone in carne e ossa, sembra di trovarsi ai giorni nostri), si ha quindi l’impressione di un film girato in fretta e con scarso budget, privo della giusta nei particolari registici e dialogici. Ciò non toglie la forza di alcuni aspetti, come la tenerezza malinconica evocata dai due protagonisti che si ritrovano invischiati nella guerriglia, la brutalità improvvisa di un paio di twist davvero imprevedibili, la bizzarra scelta linguistica (un misto di mandarino, giapponese e inglese), la seconda metà molto introspettiva e la consueta assurdità della conclusione (e pur nella sua follia insensata, la trilogia non poteva che risolversi in questa maniera).

Non il miglior Miike, soprattutto se paragonato ai due notevoli capitoli precedenti, forse nemmeno un Miike particolarmente stravagante ed eccentrico: con Dead or Alive: Final abbiamo in fondo un non proprio efficacissimo punto d’arrivo della trilogia, ma per una volta tanto, nella sua pazza, sterminata produzione, gli si può perdonare un mezzo passo falso.

Recensione: miriam.cloud

 

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By Anam

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