GOTHIC [SubITA]

Titolo originale: Gothic
Paese di produzione: UK
Anno: 1986
Durata: 87 min.
Genere: Drammatico, Fantastico, Horror, Esoterico
Regia: Ken Russell

Giugno 1816: a Villa Donati, vicino al lago di Ginevra, Byron, i due Shelley e il dottor Polidori si sfidano a colpi di storie inventate a tema orrorifico. Proprio in questo contesto, gli intellettuali maledetti riescono a far nascere i personaggi di Frankenstein e Dracula. In seguito a una seduta spiritica, però, nella casa iniziano ad apparire pitoni, una capra, teste mozzate e creature deformi. Sembra addirittura che un fantasma si aggiri tra le stanze e i corridoi…

Incubi d’una notte di mezza

Questa è la storia di una turbolenta notte di Mary Shelley e del suo marito Percy Shelley a Villa Diodati, la famosa dimora di Lord Byron nei pressi di Ginevra. In quella notte del 1816 successe un po’ di tutto, è la stessa Shelley a raccontarcelo con il supporto per altre vie del dottor Polidori anch’esso presente nella villa. I racconti di erano tenebrosi, il clima romantico dell’epoca portava a inneggiare ciò che l’oscuro serba in sé e la presenza dell’estemporaneo Lord Byron faceva il resto. Da quell’esperienza irripetibile nacquero caposaldi della letteratura occidentale come Frankenstein di Mary Shelley e Il Vampiro proprio del dottor John Polidori, che diede il via a tutta quella fortunatissima letteratura che vede come protagoniste, nel bene o nel male, le notturne creature assetate di sangue.

Il film è dunque un fedele racconto di ciò che accadde? Ovviamente no. Ken Russell che stupido non era gioca in un continuo rincorrersi di riferimenti colti con una certa filologica contaminata dalla contemporaneità insita nel regista. Già la locandina con una specie di satiro-gargoyle seduto sulla pancia di una donna svenuta in sogno è un chiaro rimando a uno dei dipinti più famosi dell’epoca, L’Incubo di Johann Heinrich Füssli del 1780ca. Eppure questa non è una citazione isolata o fuori dalla logica del film. In quel quadro [e nello spirito stesso del represso e provocatore Füssli] vive tutta l’esperienza romantica che esalta ciò che non è percepibile tramite la materia e che santifica ciò che talvolta è tutt’altro che cristianamente degno di santificazione.

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L’esperienza ipnagogica è così l’apoteosi dell’esperibile dall’uomo per entrare in contatto con ciò che gli occhi non possono vedere. E per giungere in quello stato cosa c’è di meglio se non il làudano, bevanda oppiacea che ha assuefatto migliaia di persone, compresi tutti quegli artisti maledetti ottocenteschi. Oltre ai chiamati in causa dalla storia narrata in questo film, celeberrimo è il di Elizabeth Siddal modella prima, moglie poi del pittore fondatore della confraternita dei preraffaelliti Dante Gabriel Rossetti, anche lui accanito bevitore di làudano. Rossetti che qualche anno più tardi, nel 1872, dipingerà la meravigliosa tela Beata Beatrix dove ritrae proprio la defunta Siddal nel ruolo della Beatrice che tanto ispirò Dante Alighieri. E se Füssli ispirò la pittura del primo tra i preraffaelliti, Füssli fu anche uno dei primissimi a recuperare nonché a rappresentare l’opera dell’Alighieri dopo l’oblio secentesco e in parte settecentesco, che delle sue visione oltretombali poco se ne faceva.

E come se non bastasse la madre di Dante Gabriel Rossetti fu la sorella proprio del dottor Polidori che quella notte stregata si trovava in Villa Diodati. Insomma, coincidenze a parte, è il làudano a rappresentare il tramite per l’esperienza extrasensoriale come peyote e yerba del diablo lo furono per il giovane Carlos Castaneda consenziente vittima degl’insegnamenti dello stregone Don Juan. Quest’apertura percettiva è dunque fondamentale per capire l’importanza di ciò che è recondito in noi perché come lo stesso Lord Byron spesso sottolinea nel film, ogni demone che possiamo incontrare non è frutto altro che della nostra mente. Il demone è la nostra stessa paura che prenda forma.

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D’altronde il sogno stesso è come la lingua tedesca ci permette di notare e come evidenziò nei suoi studi, nei quali arrivò anche a teorizzare il sogno come lo sfogo delle repressioni della nostra vita reale, dunque di ciò che [ecco il tedesco] crea un in noi, una frattura intima dell’io. Se dunque il sogno è trauma, ecco che in uno stato ibrido di nel quale non siamo svegli ma nemmeno addormentati [si notino gli studi che il dottor Polidori realizzò in merito al sonnambulismo] si lascia spazio per affiorare ai sogni stessi, che derivando dal non sono altro che i nostri più reconditi incubi.

Ed ecco, finalmente, il ruolo che Ken Russell gioca in tutto ciò: il folle inglese non si limita a ricamare sulla base dei racconti della Shelley e di Polidori una storia di fantasmi, ma si spinge all’estremo imbastendo una ridondante allegoria carnevalesca del demoniaco che giace in noi, con tutta la nostra più serena inconsapevolezza.

Capre che compaiono all’interno della villa, pesci che soffocano in una fontana senz’acqua e chi più ne ha più ne metta. Dopo le carnali visioni mistiche de I Diavoli del ’71 e le extrasensoriali esperienze di Stati Di Allucinazione del 1980, Russell continua con la sua sottesa e blasfema adorazione dell’antropico male in Gothic, pellicola simbolista e occultista che può scioccare ancora oggi per la sua violenza di alcune immagini poco ortodosse.

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Ma questo è il carattere del regista, del film, dell’uomo. Non si può sfuggire alle proprie paure, le si possono solo affrontare o ci si può sottomettere a loro, e la claustrofobicità della villa rappresentata da Russell ne è il miglior esempio. Da quella villa non si esce, anzi, le prospettive fanno si che l’architettura paia collassare su di noi, sommergendoci in quell’inferno [ed ecco che torna il sommo poeta italiano] nel quale i protagonisti si muovono come dannati, nudi, lussuriosi, golosi che si rotolano nel fango, blasfemi condannati a stare sotto la pioggia torrenziale, e indovini che camminano al contrario. Tutto ciò sotto la demoniaca supervisione del luciferino Lord Byron interpretato da un calzante Gabriel Byrne.

A livello registico c’è poco da aggiungere. Russell gioca come di consueto con obiettivi e profondità di campo, con prospettive e superfici a specchio con una fotografia sbilenca e straniante. Perfetto, dunque? Purtroppo no. Come sempre al grande manca un qualcosa per essere maestro assoluto. La finzione è troppo palpabile in questa pellicola che dell’assenza di ne fa una cifra stilistica ma che non per questo deve sapere di artificioso. Così come la sceneggiatura, accettabile ma troppo poco incisiva per un’opera che affronta temi così delicati in maniera così radicale. Ma non importa. Gothic è un film estremamente interessante che se non costituisce un unicum nella cinematografia, poco ci manca.

cinefobie.com

 

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By Anam

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