THE GOOD THE BAD THE WEIRD [SubITA]

Titolo originale: Joheun nom nabbeun nom isanghan nom
Nazionalità: Corea del Sud
Anno: 2008
Genere: Western
Durata: 139 min.
Regia:

Un Kimchi Western fuori dalle leggi di Hollywood
Assalti al treno, rocambolesche sparatorie nei mercati, maestosi inseguimenti nel , cacce al tesoro, duelli, trielli e compagnia cannoneggiante: nel suo quinto, mirabolante lungometraggio (in Italia sono stati distribuiti i suoi due ultimi lavori precedenti a I Saw the Devil: l’horror Two Sisters e il noir A Bittersweet Life) Kim Jee-woon non si fa mancare proprio niente. Film record del 2008 in tutti i The Good, the Bad, the Weird: blockbuster coreano più dispendioso di tutti i tempi (17 milioni di dollari)¹, campione assoluto d’incassi dell’anno e vincitore di ben quattro Blue Dragon Awards (i premi cinematografici nazionali più prestigiosi: Miglior Regia, Scenografia, Fotografia e Premio del Pubblico). Presentato in anteprima al 61º Festival di Cannes (Fuori Concorso), dove ha ricevuto calorosa accoglienza, The Good, the Bad, the Weird è uscito nelle sale di Seul il 17 luglio in una versione di alcuni minuti più lunga e con un finale diverso, totalizzando ben 7 milioni di spettatori e 44 milioni di dollari di incassi in otto settimane di programmazione.

Nominalmente ispirato a Il buono, il brutto e il cattivo (con più di un richiamo a Giù la testa e un’imbottitura da Per un pugno di dollari), quello di Kim Jee-woon è un “Eastern Western” o meglio, come è definito al Toronto International Film Festival, un “Kimchi western” (il Kimchi è un piatto tradizionale coreano dal sapore assai speziato). Questa, a grandi linee, l’intricatissima trama: nella Manciuria degli anni Trenta, una preziosa mappa è venduta clandestinamente a un capitano dell’ imperiale giapponese. Non appena finita nelle sue mani, gli viene sottratta dal “Weird” Yoon Tae-goo (Song Kang-ho), uno sgangherato bandito che ne ignora il contenuto ma che ne indovina immediatamente l’importanza, dal momento che si trova subito braccato dal “Bad” Park Chang-yi (Lee Byung-hun), infallibile sicario sguinzagliato dal suo boss, e dal “Good” Park Do-won (Jung Woo-sung), cacciatore di taglie assoldato per il recupero della mappa dall’ indipendentista coreano (dal 1910 al 1945 la Corea è stata sotto il dominio giapponese). Il Buono, il Matto e il Cattivo si contendono furiosamente mappa, e prestigio fino a un faccia a faccia dagli esiti inaspettati…

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Da più parti si è sottolineata la strepitosa qualità tecnica di The Good, the Bad, the Weird, rimproverandogli tuttavia una certa inconsistenza di fondo, come se Kim Jee-woon avesse sacrificato la profondità psicologico-narrativa sull’altare della spettacolarità. Ma se è vero che il senso del film risiede nell’eccezionale dinamismo e nella debordante esuberanza visiva (magnificata da un sontuoso formato cinemascope), è altrettanto vero che l’operazione compiuta dal quarantasettenne cineasta coreano (attualmente il più quotato in patria) deve essere contestualizzata per apprezzarla adeguatamente. In seguito alla riduzione, avvenuta nel 2006, a soli 73 giorni dello Screen Quota System ( che prevede un numero minimo di giorni da dedicare alla programmazione di film nazionali) e in concomitanza con la crisi produttiva che ha investito nel 2007 l’ cinematografica coreana, il New Korean Cinema naviga in cattive acque, incalzato da una parte dalla prepotente offensiva hollywoodiana e indebolito dall’altra dalla crescente disaffezione del pubblico domestico, demotivato dalla riproposizione inesausta di formule filmiche largamente abusate. È su uno sfondo simile che va considerata la folle impresa di Kim Jee-woon, folle poiché gioca al rialzo nel momento meno propizio per un rilancio spettacolare.

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Detto molto semplicemente, con Il Buono, il Matto e il Cattivo Kim il cinema statunitense sul suo terreno, osando frequentare e “coreanizzare” il genere americano per eccellenza, il western. Cercando di invertire la tendenza americanizzante che volente o nolente ha contraddistinto la stagione dei blockbuster coreani a partire da Shiri (Kang Je-gyu, 1999), l’autore di The Quiet Family (1998) e di The Foul King (2000) rovescia il punto di vista: non più un blockbuster che adotta il linguaggio hollywoodiano adattandolo alla sensibilità coreana, ma un film ad altissimo budget e vertiginosa densità spettacolare che mostra al mondo intero l’ linguistica del cinema nazionale. Un film capace di testimoniare l’assoluta maturità non solo del suo autore, ma dell’intera cinematografia coreana. Non è fortuito allora che Kim Jee-woon si rifaccia al filone dei cosiddetti spaghetti-western, risposta indipendente e insubordinata a un genere in via di esaurimento. E non è un caso che il suo “Kimchi Western” rinunci deliberatamente all’uso massiccio di effetti digitali e rielaborazioni in computer graphics per gettarsi nella mischia con sguardo atletico, totalmente coinvolto nell’azione, tutt’altro che disincarnato o astratto. A dominare sono le traiettorie fisiche dei movimenti, le performance ginniche di Song Kang-ho, le altezzose rodomontate di Lee Byung-hun e le cavalcate a rotta di collo di Jung Woo-sung. Persino il finale, col suo strisciante disinteresse per l’oro nero e l’instancabile rinnovarsi della , ci parla di un cinema orgogliosamente lontano dalle lusinghe d’importazione e irriducibilmente proteso a continuare la corsa oltre la frontiera. Nei territori di un cinema finalmente libero e spavaldamente fuorilegge.

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¹ Diversamente dalla prassi hollywoodiana, in Corea si definiscono blockbuster i film a budget elevato (a partire da sei milioni di dollari) e non in base al profitto ricavato.

Recensione: spietati.it

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By Anam

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