IVAN’S CHILDHOOD [SubITA]

Titolo originale: Ivanovo detstvo
Nazionalità: URSS
Anno: 1962
Genere: Drammatico,
Durata: 95 min.
Regia: Andrej Arsen’evič Tarkovskij (Andrej Tarkovskij)

L’infanzia di Ivan (Ivanovo detstvo, 1962), lungometraggio d’esordio del ventottenne Tarkovskij, premiato al Festival di Venezia con il Leone d’Oro ex aequo con Cronaca Familiare di Valerio Zurlini, inizia e finisce con due sequenze oniriche. Nella prima, il piccolo Ivan attraversa un – ambientazione ricorrente e simbolica del film -, osserva meravigliato il volo di una farfalla, gode delle meraviglie della da una prospettiva elevata, irrealistica, e raggiunge infine la mamma. Nella seconda, che chiude il film, Ivan gioca a nascondino con la sorella in una spiaggia deserta, rincorrendosi a piedi nudi sulla sabbia. Sono entrambi morti e stanno vivendo la scena in una dimensione dapprima inaccessibile. I due sogni vengono interrotti da un brusco richiamo alla realtà.

L’intera opera, che racconta la tragica storia di Ivan, bambino morto in , si iscrive non solo nella modernità cinematografica, ma anche nel nuovo corso del cinema sovietico, intrapreso con maggior impeto da Tarkovskij stesso, scatenando diverse polemiche. È un film sulla , che evita i momenti di azione tipici del cinema di genere codificato per restituire la tensione dei soldati nei momenti morti che intercorrono tra le missioni. Tarkovskij propone una dialettica tra la dimensione del sogno, in cui Ivan vive frammenti di un’esistenza perduta, negatagli dai nazisti che hanno sterminato la sua e gli abitanti del suo , e la realtà della , a cui Ivan offre il suo contributo partecipando come spia per l’esercito sovietico. La scena della sua viene risparmiata da Tarkovskij, che decide di mostrare invece il momento della scoperta della stessa da parte dei suoi commilitoni addolorati. Ivan non solo è destinato a morire, ma è già morto dentro di sé all’inizio del film: non una smorfia che tradisca un sentimento attraversa il suo volto, sono gli altri ad affezionarsi a quel bambino che ha perso ogni residuo di e purezza. Ivan torna bambino solo quando sogna. Formalmente, la contrapposizione tra lo scenario di , grezzo e decadente, e la luminosa dimensione onirica in cui Ivan rivive la propria infanzia perduta, ricorda lo stesso contrasto proposto ne Il rullo compressore e il violino, e sarà ripreso in Solaris.

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Poco prima di compiere i trent’anni, seppur non ancora completamente formato, Tarkovskij è già un cineasta capace di proporre un’opera stimolante, che scatena un acceso dibattito. I critici notano che le digressioni oniriche sono pregne di un simbolismo didascalico non necessario nel cinema sovietico. Sartre lo difende, scrivendo una celebre lettera a Mario Alicata, che il direttore de l’Unità pubblica nella pagina culturale. Il filosofo francese preferisce evitare paragoni con l’espressionismo, richiamato visivamente dalla di Vadim Yusov, e parla invece di Surrealismo Socialista.  “L’amore, per lui (Ivan) – scrive – è una strada sbarrata per sempre. Gli , le allucinazioni, non hanno nulla di gratuito. Non si tratta di un pezzo di bravura e neppure di un sondaggio praticato nella soggettività del bambino: essi restano perfettamente oggettivi, si continua a vedere Ivan dall’esterno come nelle scene realistiche. La è che il mondo esterno per questo bambino è un’allucinazione e che lo stesso bambino, mostro e martire, è in questo universo un’allucinazione per gli altri”.

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L’infanzia di Ivan è il film che rivela l’intento di Tarkovskij mai celato di cercare la poesia nel cinema, e la claustrofobica è il primo grande scenario lirico della sua filmografia. Un’opera che non si limita alla narrazione lineare della , ma che scava nel profondo dell’animo umano alla di ed esistenze nascoste a uno sguardo di superficie.

Recensione: ondacinema.it

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By Anam

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