LA VILLE DES PIRATES [SubITA]

Titolo originale: La ville des pirates
Nazionalità: Francia
Anno: 1983
Genere: Fantastico
Durata: 111 min.
Regia: Raúl Ruiz

Fra una serva e un bambino, che ha compiuto un omicidio, nasce un amore impossibile. Nel frattempo, nell’isola nella quale si svolge questa fosca vicenda, vaga un personaggio misterioso, probabile “alter ego” del bambino.

«Le nostre vite sono come dei fiumi che vanno verso il mare, che è la morte”
(da “La dei pirati” di Raul Ruiz)

A tutti noi è capitato di fare sogni lunghissimi, che durano magari una notte intera, pieni di cose, di persone, di luoghi trasfigurati, di avvenimenti che magari si capiscono scena per scena ma che sono oscuri nel loro complesso, di volti che si confondono tra loro, dove ogni persona è in realtà molte persone diverse. La logica dei film di Ruiz è la stessa dei sogni: non una narrazione lineare, ma un procedere per immagini, per salti narrativi, limpidi e confusi, rivelatori e contradditori.
E’ il metodo usato dai surrealisti, ma definendo “surrealisti” i film di Ruiz si rischia di non capire: sono film per il cinema a tutti gli effetti, e in questo modo vanno valutati. C’è molto più del surrealismo, c’è di sicuro l’Ubu Roi di Jarry (con citazione diretta: “merdre”), ma anche Buñuel, Jodorowski (la differenza è che Jodorowski si prende sempre molto sul serio, mentre Ruiz gioca e si diverte), o magari Magritte per certe inquadrature di finestre, e sempre per la voglia di giocare pur rimanendo serissimi. Insomma, Raul Ruiz è uno dei più affascinanti autori del cinema, ma non è mica facile parlare di lui e dei suoi film: che non sono tutti belli o ben riusciti, che spesso sono documentari, alle volte somigliano a telenovelas, altre volte a labirinti inestricabili, alle volte sono giochi o pretesto per giocare, altre volte sono serissimi o drammatici e dalla narrazione lineare, ma che lasciano sempre una grande meraviglia allo spettatore attento.
Per “La dei pirati” (che ha anche un titolo in latino: “Rusticatio civitatis piratarum”) il punto di partenza è probabilmente Peter Pan, e volendo lo si può anche guardare come se fosse un thriller, con un colpevole da trovare, dopo dieci anni; ne è protagonista l’attrice Anna Alvaro, magra e androgina, come l’Olivia di Popeye o come Shelley Duvall nei film di Altman: i calzettoni a righe orizzontali, i gonnelloni…somiglia anche a Cher, e talvolta perfino ad Ambra Angiolini. C’è anche un thriller da seguire, volendo: a tratti discutibile, ma con soluzione finale migliore di quella di Psycho.

La prima volta che l’ho visto ne scrivevo così: Ipnotico, onirico, febbrile. Si oscilla tra l’ammirazione per la tecnica (narrativa e fotografica) e la bellezza immagine per immagine, fotogramma per fotogramma, compresi i virati, usatissimi, e l’irritazione per l’inconsistenza del tutto (e il finale, con le maschere e i cadaveri, è rivelatore). Terrò d’occhio, nei del possibile, Raul Ruiz: del quale fin qui conoscevo solo “Le tre corone del marinaio”, altro film fuori dal comune. Musiche favolose e ipnotiche, con ampie citazioni wagneriane (L’Olandese Volante) di Jorge Arriagada. (gennaio 1991)
Rivedendolo dieci anni dopo, un altro appunto sulla : La del film di Raul Ruiz “La dei pirati” mi ricordava qualcosa; riascoltandola oggi ho capito di cosa si tratta, “L’Olandese Volante” di Wagner: non la melodia che sta in primo piano, quella che sta sotto le voci nel duetto fra Daland e l’Olandese (ecco perché mi piaceva). Un ottimo da parte di Arriagada. (ottobre 2001)

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Il film è stato riassunto così dal suo autore:
«”La dei pirati” è costruito su quest’idea: è come se si stesse vedendo un film che si svolge su un’isola, poi ci sono altri personaggi e poi improvvisamente ritornano i personaggi del primo film, mettiamo un po’ come quando da ragazzino andavo al cinema e vedevo tre o quattro film in un giorno. È stato girato in cinque settimane con una libertà totale e senza il partito preso di un film di commissione. Vi ho praticato dei procedimenti che non erano più applicati dai tempi del Surrealismo: per esempio fare la siesta durante le riprese, dormire assieme al soggetto del film e vedere che cosa ne viene fuori» (…) Isidore si addormenta nella sua stanza: qui comincia il di un Peter Pan mefistofelico… (, dal volume “Ruiz faber”, ed. Minimum Fax). Nel tracciare un profilo di Ruiz, dunque, è come se si dovesse tenere sempre presente l’ipotesi d’un film (o d’una sequenza) mancante. Qualcosa manca al suo posto, e introduce nel discorso l’eccitante pigmento dell’azzardo. (sempre dal volume “Ruiz faber”, ed. Minimum Fax).
Bisogna però aggiungere che i nostri sogni annoiano sempre quando li raccontiamo ad altri, solo noi possiamo comprendere i nostri sogni; i nostri sogni non interessano a nessuno, quando li raccontiamo. A questo titolo, cioè a titolo personale, porto qui un dettaglio per me interessante: questo villaggio di pescatori appariva spesso nei miei sogni, in anni passati; e ogni tanto vi appare ancora. Fin qui lo avevo identificato con luoghi veri che ho frequentato nella mia vita, il laboratorio, un corridoio-vialetto e le case in fila, ma rivedendo il film ho trovato questo paesaggio sorprendentemente identico a tanti miei sogni. (giugno 2010)

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Alcuni dettagli da ricordare: 1) “i pirati hanno vinto la battaglia nel giardino allegorico” 2) le navi di Filippo II di Spagna 3) i peli nell’uovo, finalmente resi visibili 4) Dioniso, che però uccide: il mito delle Baccanti 4) i viraggi come Antonioni nel di Oberwald, che è dello stesso anno e rappresenta i primi tentativi del cinema nell’elettronica e nel digitale, ma anche come Méliès, le origini del cinema 5) Quando si tirano in ballo Don Sebastiano re del Portogallo, o magari Peter Pan, ci si aspetta che venga fuori qualcosa di importante, invece “in Russia è Miguel Strogoff”. Ruiz sta ancora giocando. 6) le banconote che si infiammano sul che le copre, che riprendono il tema di Kali presente sia in Renoir (Il fiume) che in Tarkovskij (Andrej Rubliov) 7) l’impressione, nettissima, che il cinema di Ruiz sia stato spesso copiato dai grandi successi commerciali come “The others” e molti altri film che vengono spesso citati come “cult”. 8) molto bella, indimenticabile, la prima metà, più arruffata la seconda
In definitiva, un film da vedere e da ascoltare, dove l’immagine e il sonoro sono la parte principale e dove la raccontata, pur interessante, finisce col diventare secondaria. Spero che le immagini che ho portato qui aiutino a renderne l’idea, almeno in parte: purtroppo è un film difficile da reperire, questi miei fermo immagine vengono da una vecchia vhs, registrata in una notte molto tempestosa e con ricezione tv non perfetta. Sempre meglio del “va e vieni” del digitale terrestre, mi viene però da aggiungere: quantomeno, il sonoro non è spezzettato e tagliato via.

Raul Ruiz: Quando lavoravo sul set di The Territory, c’eravamo noi, Jon Jost che girava un documentario su di noi, la tv portoghese che faceva un documentario sul documentario di Jon Jost e infine Wim Wenders, appena uscito dalla brutta esperienza di “Hammett, indagine a Chinatown” con Coppola, che osservava tutto questo. Wenders ha preso spunto dal nostro set perché noi facevamo esattamente quello che voleva fare lui e che con Coppola non gli era stato possibile fare. La nostra lavorazione era una sorta di pastorale, le riprese duravano ventiquattro ore, si girava, si festeggiava, si dormiva… Da qui è nato “Lo stato delle cose” (Der Stand Der Dinge), per il quale Wenders ha preso dal mio set gli e il direttore della fotografia Henri Alekan. Un’altra volta in Marocco, mentre giravo una fantasia con Valeria Sarmiento al suono e Acàcio de Almeida alla fotografia, è arrivata un’intera troupe della tv marocchina a filmarci. Noi eravamo cinque e loro venti… Ma la cosa dipendeva da un marocchino di cui non riesco a ricordare il nome, ma che ha girato dei film eccezionali.Vi racconto un suo film: c’è una piramide, dentro la piramide una mummia. La mummia ha mal di denti e così un giorno esce dalla piramide e va a Casablanca da un dentista. Il dentista si lamenta, perché con tutte quelle bende non può lavorare. A questo punto il film diventa il viaggio che la mummia fa attraverso tutta Casablanca mentre si toglie le bende. Un altro: due giovani hanno una violenta discussione a scuola. Uno dei due viene riportato a dal che gli fa vedere l’albero genealogico di dicendogli: «Devi rispettare i tuoi antenati!» Il ragazzo guarda l’albero genealogico e scopre che in testa a tutti, fra i suoi antenati, c’è Cassius Clay… E così via. I suoi film sono tutti muti, lunghissimi, in 16 o in 35 mm, poi è lui stesso che vi aggiunge le voci, fa il montaggio, li fotografa, e alla fine affitta una sala nel quartiere più popolare della , è ancora lui che sta alla biglietteria, va a vendere i gelati in sala e poi fa il proiezionista dei suoi film. Mentre il film va, ci mette la sopra e fa le voci di tutti i personaggi.Tutto questo a proposito della terza e della quarta persona…
L.E.: Questa è anche la tua strategia teorica: in ogni tuo film ce ne sono molti altri, compresi quelli che hai già in mente di girare in seguito… Poi si creano dei casi come Point de fuite, che nasce praticamente durante le riprese de La dei pirati (La Ville des pirates), o come Golden Boot, che ha in sé il carattere di un film strisciante e che diventa inaspettatamente un oggetto di culto nell’underground newyorkese…
B.R.: La cosa affascinante è che in ogni tuo film ce ne sono altri due, ma non in una relazione binaria, bensì come combustione che ne crea un terzo. Non c’è «binarietà», c’è «terzità»…
Raul Ruiz: Un mio caro amico matematico lavora attualmente su un’algebra non gulliana, dove il vero e il falso spariscono come criterio dialettico e ci si concentra su sistemi che sono veri e falsi allo stesso . Questo serve per sviluppare dei paradossi relativi alla teoria quantica. Si chiama algebra degli avvenimenti. (…)
(intervista a , dal volume “Ruiz faber”, pubblicato nel 2007 da ed. Minimum Fax, pag.29)

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Recensione: giulianocinema.blogspot.it

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By Anam

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