LA DANZA DE LA REALIDAD [SubITA]

Titolo originale: La de la realidad
Nazionalità: Cile, Francia
Anno: 2013
Genere: Biografico, Visionario
Durata: 130 min.
Regia: Alejandro Jodorowsky

La della (2013) è un film di ricostruzione autobiografica, in cui Alejandro Jodorowsky è autore di sé stesso, poiché manipola ricordi, personaggi e accadimenti in virtù di una narrazione che sembra il più vicina possibile al misticismo, ad una divinità , ma senza mai rinnegare la forte dose di blasfemia e sadismo, cosa che ha del tutto compromesso e quantomeno confermato che ciò che è e ciò che sarà è sempre dentro di lui.

Il regista non è noto solo per le sue pieces splendidamente anarchiche ma lo era già per le sue performance-art, le sue teorie sulla e della lettura dei tarocchi, oltre ovviamente ad essere uno straordinario scrittore.

La cinepresa è occlusa, sembra celare e chiarificare in un ballo incalzante le due anime che imperversano durante la proiezione, poiché la autobiografica del film è tangibile ma non perfettamente fedele, distaccandosene proprio per le pillole e gli sbalzi simbolico metafisici che il regista è geniale nello sminuzzare apertamente. Il suo cinema è sempre un po’ declassato, per appartenenza alla periferia, al sottosuolo di genere.

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Uno psicologo, uno psicoterapeuta o anche solo un appassionato della e i suoi cocci in decadenza trova pane per i suoi denti guardando il film. In primis per il rapporto dell’autore con i genitori, fortemente in opposizione ma mai conclusosi con complessi edipico-elettra o almeno mai sfociati realmente, un uso dell’immagine come se fossimo in un odierno Paese di Cuccagna, mistificato, sorprendente e immutabile falciato dalle ideologie del padre e della lirica comportamentale della , che parla cantando un’opera infinita, un di vita che la tiene sì con i piedi per terra a ricordare quello che non può fare per lavoro, cioè cantare, ma che continuerà a fare nonostante l’imperativo della sua esistenza.

La della è presentato nella Quinzaine des realisateur a Cannes; il cinema, la sua stessa esistenza tocca qui vette altissime, prima di tutto per simbiosi e trasparenze sceniche che in modo vorticoso e quasi indifferente richiamano Fellini soprattutto per una sequenza splendida in cui dei ragazzini in riva al mare si masturbano impugnando dei falli legnosi, o le scenografie circensi, le prostitute, le donne formose quasi con un eccesso di abbondanza, i mutilati, uno stormo di gabbiani infervorati e un gruppo di esseri in una sorta di per le pampas.

Il regista interviene direttamente nella pellicola e sussurra nell’orecchio alla sua immagine un po’ rivista e ricostruita da bambino, mezzo attraverso il quale rievoca forse le sue speranze di quei giorni in cui prevedeva che tutto il marcio, gli obblighi e le sofferenze avrebbero in un certo senso trovato una pace, una connessione, avrebbero forse portato a qualcosa: a lui, oggi. Questo è il senso del suo dolore passato.

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Altro languido rifacimento simbolico ad interpretare la figura paterna è nientemeno che suo , Jaime Jodorowsky, il nipote che veste i panni del nonno è una scelta che farebbe drizzare i peli a molti studiosi dell’ambito psichico ma si sa lui con queste cose ci va a nozze, ci balla il valzer, o il tango per rimanere in tema.

La della : ” Tutto quello che diventerai lo sei già. Tutto quello che conoscerai, lo sai già. Quello che cercherai, ti sta già cercando, è in te.”

Il passato, nel film, vive di una pluralità che da un lato ha il gusto dell’interiorità, dall’altro della cronologia come struttura narrativa imperante. Siamo nel 1929 è nella cittadella di Tocopilla, un bambino ebreo di origine ucraina, dai fluenti boccoli d’oro, vive i suoi giorni tra le efferatezze di un padre che desidera un deciso, anaffettivo, blasfemo, educato al dolore e dall’altra è soggiogato dall’inerzia della figura materna, incastrata nell’impossibilità di autodeterminarsi come usando lui come mezzo di rivalsa ad una vita passata deteriore e immobile.

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La pluralità sta proprio nelle in dissesto che si increspano nella narrazione, i suoi giorni con la famiglia degenerano a causa del padre che abbraccia la causa e progetta di dover uccidere il colonnello Ibáñez, presidente del Cile. Ad un certo punto del film si cambia rotta e punto di vista mostrando una redenzione che ha quasi il sapore della tregua, con questo distaccamento dalla figura paterna che vaga spaesato e inorridito di sé per l’inadempienza all’omicidio di , vagando per le terre cilene in una sorta di punizione in cui toccherà picchi cattolici, facendosi affiancare da un falegname di periferia, frequentando cori di strada dai profondi sotto-testi clericali, tornando a casa abbracciato dalla sua Penelope che tanto lo attendeva, sicuramente più e con maggior amore rispetto al giovane Jodorowsky.

Il regista non teme di innalzarsi e cadere, riprende il suo mondo con tutto ciò che ha, con stracci, mani, visioni, simboli, ogni cosa che abbia una ricongiunzione con la sua sacra.

Recensione: cinematographe.it

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By Anam

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