LA LLORONA [SubITA]

Titolo originale: La Llorona
Paese di produzione: Messico, Guatemala
Anno: 2019
Durata: 97 min.
Genere: Drammatico, Horror, Thriller
Regia: Jayro Bustamante

Ne La Llorona, suo terzo lungometraggio da regista dopo Vulcano e il recente Temblores, il guatemalteco Jayro Bustamante affronta un tema squisitamente politico come lo sterminio della popolazione Ixiles muovendosi tra le pieghe della di , e riesumando una figura orrorifica del folklore centroamericano come la llorona. Vincitore delle Giornate degli Autori a Venezia.

Se piangete vi ammazzo
Nelle orecchie di Alma e dei suoi figli, durante la guerra civile in Guatemala, risuonano le parole «Se piangete, vi ammazzo». Trent’anni dopo, si apre il procedimento penale contro Enrique, un generale in pensione responsabile del genocidio. Quando però il generale viene prosciolto grazie all’annullamento del processo, lo spirito della Llorona comincia a vagare per il mondo come un’ perduta tra i vivi. Di notte, Enrique sente i suoi lamenti. Sua moglie e sua figlia credono che stia avendo manifestazioni di demenza legate all’Alzheimer. Non possono sospettare che la loro nuova governante, Alma, sia lì per ottenere quella vendetta negata dal processo. [sinossi]

La llorona, l’ in pena di una donna che ha ucciso o ha visto uccidere i suoi figli che rappresenta una delle figure chiave del folklore latino-americano – traducendo in versione cristiana spettri tipici delle credenze preispaniche –, è stata protagonista solo pochi mesi fa di uno stanco e prevedibile horror hollywoodiano diretto da Michael Chaves (suo il prossimo The Conjuring 3, previsto nelle statunitensi esattamente tra un anno). Una figura affascinante come quella della donna piangente a ridosso dei fiumi e dell’ letteralmente sprecata per assecondare le regole beote del jumpscare, del crescendo musicale, dell’esorcismo e della persistenza della tradizione delle “minoranze” etniche anche di fronte alla modernità. Per quanto non in pochi si siano lanciati in facile ironia alla lettura del programma della sedicesima edizione delle Giornate degli Autori, suggerendo una continuità tra questo La Llorona e quello di Chaves, è apparso fin da subito evidente come la più giovane tra le sezioni collaterali della Mostra avesse messo a segno un colpo notevole. Si potrebbe trovare conferma di ciò nel fatto che il film abbia anche trionfato all’interno della sezione, ma si sposterebbe la discussione su un territorio impervio: i premi, si sa, sono un male necessario dei festival internazionali, e non dovrebbero mai essere presi troppo sul serio, per evitare di trovare “pericolose” tra i festival ed eventi come Oscar, Goya, César e via discorrendo. Jayro Bustamante, e lo conferma la sua ancora contenuta ma illuminata filmografia inaugurata nel 2015 con l’ottimo Ixcanul (conosciuto soprattutto con il titolo internazionale Vulcano) e proseguita lo scorso febbraio alla Berlinale con Temblores, è uno degli autori più interessanti del panorama internazionale contemporaneo. Sarebbe stato lecito che la Mostra di Venezia lo prendesse in considerazione se non per il concorso – dove avrebbe potuto trovare collocazione senza difficoltà, alla stregua dell’eccellente They Say Nothing Stays the Same di Joe Odagiri, a sua volta visto alle Giornate degli Autori – almeno per il sempre più indecifrabile Orizzonti.

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Bustamante continua a tracciare, film dopo film, una radiografia che apra la visuale dello spettatore alle distonie del Guatemala, ai suoi paradossi e alla sua , presente e passata. Se Vulcano concentrava la sua attenzione sul concetto di nativo, e sul tentativo di disconoscimento della nazione delle sue ancestrali, e Temblores prendeva di petto il tema del desiderio e dell’amore omosessuale facendolo scontrare direttamente con un sentimento cattolico incistato nel corpo (in)sano del Paese, La Llorona torna a ragionare sulla popolazione india, e sul massacro a cui andò incontro neanche quarant’anni fa. Il genocidio dei Ixiles, che è il cuore pulsante del film, si riallaccia anche al del Generale (ed ex Capo dello Stato de facto) Efraín Ríos Montt, dapprima condannato e poi rilasciato tra le proteste della popolazione. È a lui che si rifà il personaggio di Enrique, interpretato da Julio Diaz, ottuagenario che viene rimandato a casa nonostante su di lui gravino accuse pesantissime. Chiuso con la sua famiglia nell’eremo di una enorme casa presidiata dalla polizia, Enrique ogni notte sente il singhiozzare di qualcuno. Da militare qual è sempre stato la sua reazione è quella di sparare. Ma, come sa chiunque abbia letto un racconto gotico, agli spettri è difficile sparare…
La grande intelligenza di Bustamante risiede nel mettere in scena il duplice orrore – cos’è il sovrannaturale di fronte agli abissi di abiezione cui è pronto a sprofondare l’essere umano? – reale/immaginario senza svilire l’una o l’altra matrice narrativa. La Llorona procede dunque su un doppio binario: da una parte l’invettiva , civile e prettamente comunista, e dall’altra il racconto horror, che è anche racconto di un progressivo allontanamento della famiglia dal suo pater, forse persino arteriosclerotico agli occhi di non vede la maledizione che grava su di lui. Senza rinunciare a singulti echeggiati nella notte, apparizioni spaventose, e ricordi ancor più tragici, Bustamante lavora di fino sulla messa in scena, utilizzando quadri netti ma mai estetizzanti, movimenti di sinuosi e per questo in grado di perturbare – si pensi anche solo allo zoom all’indietro che accompagna la prima inquadratura, con la famiglia impegnata in una preghiera collettiva apparentemente quotidiana ma già di suo ammantata di caratterizzazioni macabre –, e ribadendo la sua grande fiducia nell’immagine, ma anche nell’immateriale. Il fuori campo e l’invisibile, tratti inevitabili nel rapporto con il preternaturale e con il trascendente, diventano anche granitici riferimenti estetici, a sottolineare la necessità di uno sguardo dentro e fuori il vero, per poterne raccontare l’orrore più estremo. Opera tra le più compiute viste a Venezia 2019, La Llorona contribuisce a certificare (per i più dubbiosi) l’assoluta ricchezza del genere, e le sue enormi potenzialità a servizio di un autore stratificato e maturo.

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