ONE CUT OF THE DEAD [SubITA]

Titolo originale: Kamera o tomeru na!
Nazionalità: Giappone
Anno: 2017
Genere: Commedia, Horror
Durata: 96 min.
Regia: Shin’ichirô Ueda

Zombie contro zombie – One Cut of the Dead, primo lungometraggio diretto da Shinichiro Ueda, parte da un’ di per sé brillante: se foste impegnati nella lavorazione di un film di zombi, e i morti viventi risorgessero realmente dalle tombe, sapreste resistere alla tentazione di continuare le riprese? Da qui prende il via un’operazione tanto demenziale quanto affascinante, che ragiona sulla messa in scena, sulla reiterazione, sul concetto sempre troppo abusato di ‘dietro le quinte’. E sul piano sequenza, ovviamente… Al Far East 2018.

La sgusciata Pum!
In una fabbrica dismessa a un paio d’ore di macchina da Tokyo una troupe ridotta all’osso sta girando un horror sui morti viventi; la giovane attrice protagonista non riesce a portare a termine una sequenza chiave, e questo esaspera l’iracondo regista. La soluzione? Affidarsi a un’antica leggenda e richiamare in vita gli zombi, con la che in questo modo il film possa apparire maggiormente realistico.

One Cut of the Dead (che esce in Italia grazie alla Tucker Film come Zombie contro zombie) ha fatto la sua apparizione sullo schermo del Teatro Nuovo Giovanni da Udine, nel bel mezzo della ventesima edizione del Far East Film Festival, richiamando in sala un buon numero di spettatori nonostante l’orario angusto, ben oltre la mezzanotte. Gli affezionati cultori del festival friulano hanno preso d’assalto la sala, in modo forse non troppo dissimile all’orda risorgente, ritrovando un’atmosfera passata, quando il FEFF ribolliva di horror bizzarri e lontani da ogni prassi, al punto da giustificare perfino una giornata interamente dedicata al genere. È un film a bassissimo costo, l’esordio al lungometraggio del giovane Shinichiro Ueda, e non fa proprio nulla per nasconderlo. Anzi, trasforma fin dalle prime sequenze la sua apparente posizione di minorità rispetto all’industria in un punto di forza, sulla falsariga di quel che fece Sam Raimi quasi quarant’anni fa portando a termine Evil Dead. Fin dalle prime sequenze, che vedono una troupe piuttosto malridotta alle prese con il quarantaduesimo ciak della scena chiave, quella in cui la protagonista accetta di farsi mangiare dal fidanzato diventato zombi pronunciando, tra un morso e l’altro, il più classico dei “ti amo”, appare evidente come l’intento di Zombie contro zombie sia quello di lavorare sul concetto stesso di messa in scena, di trasformazione del reale in fittizio (o il contrario, se si preferisce), sfidando apertamente il pubblico. Si deve credere a quel che sta prendendo corpo in scena? E se sì, perché?
La prima mezz’ora di Zombie contro zombie corre via a velocità smodata, in un lungo piano sequenza frenetico, in cui la macchina a mano non molla mai la presa, correndo incontro e attorno ai suoi protagonisti – la suddetta troupe, capitanata da un regista ai dell’isteria e del fanatismo – senza mai fermarsi. Quasi mai, a dire il vero: perché durante un inseguimento la camera cade al suolo e lì rimane per un tempo spropositato, inquadrando i fili d’erba mentre l’azione si è spostata altrove, e si sentono le urla disperate di coloro che stanno cercando di sfuggire alla fame atavica dei morti. Lo straniamento si fa percepibile, e fa il paio con altre situazioni analoghe, nelle quali gli attori si prendono pause inusitate, e l’azione sembra proseguire un po’ “a casaccio”, come dopotutto sentenzia anche la giovane attrice parlando con un suo collega e con la truccatrice del film. Cos’è che si agita? Si è solo a tu per tu con un’operazione sguaiata e goliardica, con tutti i del caso? E perché la grana dell’immagine, in quel dolly sbilenco che riprende l’unica sopravvissuta sul tetto della fabbrica dismessa in piedi su un pentacolo tracciato col , è così diversa dal resto? Mentre già scorrono i titoli di coda (ma è passata solo mezz’ora dall’inizio del film!) il terremoto che già aveva iniziato a far tremare i contorni del film arriva all’acme, e tutto torna indietro di un mese…

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Quando il primo segmento di Zombie contro zombie arriva a conclusione, e con lui il piano sequenza, Ueda fa davvero iniziare il suo film. Lo scarto che si produce in quel ritorno indietro nel tempo, con una resa dell’immagine molto più accurata, ha il potere di una scossa tellurica. si inizia a percepire ciò che si cela dietro l’apparente e spudorata demenza di questa Notte dei morti viventi scaciata e priva di alcune elementari regole della logica. è un film, ma è anche molto di più. È un programma televisivo in diretta, che deveZombie contro zombie durare mezz’ora e che deve essere ripreso con una sola camera e senza interruzioni di montaggio. Lo spettatore inconsapevole ha assistito dunque al “risultato” finale di un cortometraggio televisivo. Zombie contro zombie è una diretta , nient’altro. Quegli zombi che apparevano ridicoli nella loro palese finzione era finti. Erano finti anche nella finzione. Ueda decide dunque di raccontare una seconda storia, a sua volta lunga più o meno mezz’ora: una storia che spieghi come si è arrivati a quel risultato, con l’assunzione del regista – che lo spettatore ha già visto in scena, interprete della parte del regista nel film televisivo – e lo spoglio della sceneggiatura. Ma anche qui c’è qualcosa che non torna: se il regista è davvero un regista, e in effetti viene scritturato un attore per interpretare il ruolo del regista, perché nella prima mezz’ora lo si è visto in scena? E perché la moglie del regista ha interpretato la truccatrice, cimentandosi per di più nella dimostrazione di un formidabile – e parossistico – colpo di autodifesa, la “sgusciata Pum”, nel quale è stata resa edotta dalla televisione?
Tutti questi interrogativi, e molti altri, possono essere svelati solo arrivando alla terza parte distinta di Zombie contro zombie, che occupa l’ultima parte del film e riguarda la messa in scena della diretta televisiva. Ueda tira le fila del discorso, moltiplicando all’infinito i piani narrativi del suo film: c’è una finzione basica (la seconda parte, non a caso la più “naturale” nel rispetto degli standard finzionali), un secondo grado di finzione che sposta lo spettatore nel campo della credulità (la prima parte, con il “film horror televisivo” che di dipana in modo completamente narrativo), e un terzo grado di finzione che mette insieme i due elementi precedenti e rincara la dosa (la terza parte non solo fonde il prodotto finale con la finzione basica, ma svela i modi per raggiungere il risultato). Zombie contro zombie diventa così un enorme, infinito, backstage, un dietro le quinte che non ha mai soluzione di continuità, e a sua volta in un modo puramente ideale è un piano sequenza. Il cinema/vita che non può far altro che procedere, inventare soluzioni in diretta – la camera a terra a riprendere i fili d’erba era dovuta a una caduta del direttore della fotografia, immobilizzato da un alla schiena – per non perdere il filo del discorso, e il rapporto con il proprio pubblico.

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Ueda firma un film non solo spassoso, dotato di una grande capacità di intrattenere e divertire il pubblico, ma si lancia allo stesso tempo in un territorio non lontano da lusinghe teoriche – già accennate dianzi – e in grado di dimostrare una sincera per un cinema sempre più raro in un’epoca di CGI, e di un’indipendenza che non sa far altro che inseguire idealmente gli standard dell’industria, come se l’estetica mainstream fosse l’unico approdo possibile. Zombie contro zombie in qualche forma ricorda l’escalation finale di Why don’t You Play in Hell?, stordente gioiello partorito dalla sempre fervida di Sion Sono, e che già ragionava sulla messa in scena della messa in scena della vita, e sulla sua “” in ogni caso impossibile da sottostimare. Non si esce vivi da Zombie contro zombie, ma semplicemente perché è impossibile uscirne: ci sarà sempre un altro grado di messa in scena rintracciabile, studiabile, raccontabile. Lo dimostrano le immagini sui titoli di coda, che mostrano il backstage vero, che riprende un backstage finto, che riprende finte riprese di un vero film che dovrà durare in diretta mezz’ora su un nuovo canale televisivo. Senza tagli. One Cut. Quell’unico taglio che recide la testa degli zombi e li rende finalmente innocui, pronti a tornare a essere viventi per dare una mano sul set, costruire una finzione credibile quasi sotto gli occhi di tutti. Brillante operazione ironica e seria nel medesimo istante, Zombie contro zombie è un film prezioso, e che forse va perfino oltre le intenzioni del suo regista.

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Recensione: quinlan.it

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By Anam

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