THE TRIBE

Titolo originale: Plemya
Nazionalità: Ucraina
Anno: 2014
Genere: Drammatico
Durata: 132 min.
Regia: Myroslav Slaboshpytskiy

Tra le mura di un istituto speciale per ragazzi si cela una vera e propria organizzazione criminale dedita a traffici di droga, soprusi e prostituzione. Il nuovo arrivato Sergey, trova ben presto una collocazione all’interno del , riuscendo a conquistarsi un certo grado (per sua salvaguardia personale) all’interno della gerarchia costituita. Sembra funzionare, perlomeno finchè Sergey non commette l’errore d’infatuarsi di Anna, una delle due ragazze spinte a prostituirsi e che ora, prossima al trasferimento per un’Italia carica d’illusioni, scopre di essere in stato interessante…

Perso inizialmente a Locarno, ma fortunatamente recuperato tra la programmazione del 26° Trieste Film Festival. All’interno del circuito festivaliero, Plemya è stato certamente uno dei film più discussi dell’anno appena trascorso, guadagnandosi inoltre una debita manciata di premi tra cui la vittoria ex-aequo con il messicano Navajazo all’ultimo MFF. E il draconiano esordio al lungometraggio dell’ucraino Myroslav Slaboshpytskiy, è in effetti un film che colpisce duramente e in maniera profonda, perché penetra con lucida freddezza nelle di un sociale problematico quali il traffico della prostituzione proveniente dall’est- o il dilagante fenomeno del bullismo e della microcriminalità, con la stessa inflessibilità di quella camera prevalentemente statica che ci costringe ad osservare “l’atto del reale” (penso alla sequenza probabilmente più insostenibile, quella dell’ clandestino) per il suo intero prodigarsi, e alla quale è impossibile sfuggire. A nulla infatti servirebbe distogliere lo sguardo, poichè non è nell’implacabilità di quanto ci viene mostrato (più o meno) in determinate scene, che Plemya genera il maggior disturbo, ma proprio nel soffocante e perdurabile silenzio vocale che lo avvolge per i suoi centotrenta minuti di durata; in apertura infatti, una didascalia funge da monito per la visione: “Questo film è totalmente privo di dialoghi e sottotitoli”. L’unico linguaggio (non)udibile, che è possibile cogliere, è quello tipico dei segni utilizzato dai , ed è un linguaggio al quale non possiamo sottrarci e che con il procedere degli eventi diviene inevitabilmente comunicazione universale, proprio perché ci investe assieme a quel silenzio disturbante, e al contempo disturbato esclusivamente dai sordi rumori di un amplesso, di uno schiaffo, di un raschiamento. È un ovattamento destabilizzante, che ci ottunde i fin dal preciso momento in cui seguiamo Sergey varcare (e rivarcare – immaginariamente? – nello spiazzante epilogo – uno dei migliori visti ultimamente) la soglia di quell’istituto in progressiva decadenza ( e morale); un’ambientazione che è la raggelante del , in un paese chiaramente segnato dalle di un passato ancora oggi opprimente. E di fatto, sorretto oltremodo da una certa perfezione formale delle inquadrature che per stile, riconduce immediatamente al cinema di , resterà emblematico quel lungo piano sequenza iniziale, dove il simbolico relitto di un auto bruciata, sembra giacere da immemore accanto a una fermata degli autobus, nel pieno della sua funzionalità.

Guarda anche  WHITE AS SNOW [SubITA]

Recensione: visionesospesa.blogspot.com

Spread the love

Related posts

By Anam

I'm A Fucking Dreamer man !

Related Posts