SEA FOG [SubITA] 🇰🇷

Titolo originale: Haemoo
Paese di produzione: Corea del Sud
Anno: 2014
Durata: 111 min.
Genere: Drammatico, Thriller
Regia:

I marinai del peschereccio Jeonjiho decidono di sopperire al mancato guadagno di una notte di pesca andata male trasportando illegalmente una trentina di immigrati clandestini in Corea. Durante il viaggio di ritorno, però, il peschereccio si trova in mezzo ad una tempesta e con una nave della polizia marittima sudcoreana alle spalle. Su del capitano, diversi membri dell’equipaggio nascondono i clandestini all’interno del serbatoio di pesca. In mezzo al caos, Dong-sik, il più giovane membro dell’equipaggio, cerca di proteggere una giovane donna migrante di cui si è innamorato.

Che il sia una bestiaccia infida e crudele, dovreste esservene accorti se poco poco seguite la mia rubrica dedicata ai film abissali. E, anche se non la seguite, è un concetto che penso si stampi in testa a chiunque guardi, anche una sola volta nella sua vita (pure da lontano), una mareggiata. O si sia ritrovato all’improvviso stanco, dopo una nuotata a largo, con la corrente contraria. Il cinema, sulla cattiveria (che poi è indifferenza) dell’oceano, ci ha costruito sopra delle vere e proprie sinfonie epiche. Rubacchiandole il più delle volte alla grande letteratura. Perché il rapporto che si instaura tra il e gli uomini che lavorano al di sopra e al di sotto della sua superficie, è sempre fonte di ottime storie.
E i pescatori potrebbero raccontarvene di ogni. Loro, il mare, se lo vivono in un modo che noi comuni mortali non potremmo neanche lontanamente sospettare. E si tratta quasi sempre di un brutto vivere.
Tutto questo per introdurvi il film che andiamo a presentare oggi, un’eccezione su questo blog: penso sia la prima volta in assoluto che mi occupo di un film orientale (Snowpiercer, Stoker e The Last Stand non contano: erano tutti film di produzione americana). Questo non perché io non ami il cinema orientale, ma perché mi trovo sempre in gravi difficoltà quando si tratta di recensirlo. Non è il mio campo da gioco, insomma, mi ci avvicino con circospezione.
Eppure ci sono dei motivi perché ho deciso di sbloccarmi anche su questo argomento. Il primo è ovviamente il e non c’è neanche bisogno di spiegarvelo. Il secondo è che alla regia di Sea Fog troviamo lo sceneggiatore di Memories of Murder e, a il film insieme a lui, nonché a produrlo, c’è proprio il signor Joon-ho Bong, che fa da mecenate al suo amico per la sua opera prima.

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Un peschereccio da rottamare, con un equipaggio di disgraziati all’ultimo stadio e un capitano che rischia di perdere la nave. Questa l’ambientazione di Sea Fog, quasi tutto girato a bordo, con una brevissima parentesi a terra all’inizio e un’altra, ancora più breve, alla fine del film.
Il capitano, per non mandare alla malora il di tutta una vita, accetta un incarico illegale e pericoloso: trasportare degli immigrati clandestini in Corea del Sud, alcuni cinesi, altri nord coreani. Prende il senza neanche avvisare la ciurma, che però accetta, data la concreta possibilità di finire tutti a spasso.
Durante l’operazione d’imbarco dei clandestini, una giovane donna cade in e il novellino dell’equipaggio si tuffa e le salva la vita. Tra i due si crea quasi subito un legame affettivo e il ragazzo la nasconde in sala macchine, per evitarle di crepare di freddo sul ponte e di doversi infilare nella fetida stiva per il pesce, nel in cui incrocino altre navi, o che la guardia costiera decida di farsi un giretto sul peschereccio. Ora, questo è un dettaglio importantissimo, anche se pare di scarsa rilevanza.
Per la prima ora, il film scorre su binari piuttosto classici, sebbene molto piacevoli. Shim è un regista solido ed esperto. Non sembra quasi si stia parlando di un esordio. È molto bravo a trasmettere il senso di precarietà assoluta che si prova su un trabiccolo perso in mezzo al mare. E la costruzione del set contribuisce molto: ruggine dappertutto, chiazze d’olio, attrezzature vecchie. Ti sembra quasi di sentire la puzza insopportabile che attanaglia persone e cose.
Ma, lo ribadisco, lo sviluppo della trama, all’apparenza, è scontato. E pare muoversi in direzioni altrettanti scontate.
E a questo punto che Bong e Shim iniziano a giocare sporco. E, in circa due minuti e mezzo, ti tolgono a forza di calci in faccia la voglia di vivere. Sea Fog cambia pelle e diventa uno dei noir più cupi e disperati degli ultimi anni. Uno di quei film messi insieme, pezzo per pezzo, con lucidità e calcolo solo per farti stare malissimo. Ma realizzati con tanta classe da farti godere ogni istante del tuo dolore.
Bastardi coreani.

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A differenza di Bong, che è funambolico (ma comunque rigoroso) dietro la macchina da presa, Shim è più normalizzato, gli manca (forse ancora per poco) la zampata del genio. Ma, come scrittore, ti inchioda alla sua storia e ti porta esattamente dove vuole lui, senza che tu faccia in tempo a renderti conto del buco infernale in cui ti sta trascinando. Ci si sente un po’ presi per i fondelli, ma è un bellissimo essere presi per i fondelli.

Sea Fog ha molti punti in comune con un altro film abissale di cui ci siamo occupati poco tempo fa (e che è in sala proprio in questi giorni), Black Sea: entrambi i film raccontano di capitani ridotti allo stremo e costretti a fare cose molto oltre i limiti del comune senso morale; in entrambi i film si assiste a una progressiva spirale di autodistruttiva e di guerra totale tutti contro tutti, in condizioni estreme; soprattutto, entrambi i film dipingono con efficacia il modo brutale in cui l’essere umano si trasforma, se gli togli qualunque speranza e lo riduci a una bestia che smania per il terrore di perdere i più rudimentali mezzi di sussistenza. Lotta per sopravvivere in tempi di crisi, in poche parole. E le sue conseguenze più atroci.
Ma Sea Fog è molto più spietato, molto più nero del suo collega britannico. E non concede nulla, non si ferma davanti a nulla e colpisce come un fabbro ogni punto debole a sua disposizione. Fino agli ultimi secondi non avrete nulla a cui aggrapparvi. Proprio come l’equipaggio del peschereccio in questione.

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Se proprio devo trovargli in difetto, il film è parecchio deficitario nel reparto personaggi. L’unico appena più approfondito è il capitano della nave, ma non lo è abbastanza da renderlo un carattere sfaccettato e comprensibile. Alcune sue azioni avvengono un po’ a casaccio, per far avanzare la storia e condurla dove vogliono gli sceneggiatori. Ovvero, sotto una montagna di merda.
Ma va bene anche così. Sea Fog dura quasi due ore e passa via in un lampo, nonostante le secchiate di pessimismo cosmico puzzolenti di pesce e gasolio riversate addosso agli spettatori. Perché è (anche) intrattenimento d’alta scuola.
E poi c’è la nebbia del titolo, che circonda il peschereccio nella seconda parte del film: una cappa di isolamento che ci fa sentire all’improvviso piombati in un’altra dimensione, dove tutto è lecito e dove la vita umana vale quanto quella di un carico di merluzzi.

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By Anam

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