TEZUKA’S BARBARA [SubITA]

Titolo originale: Barbara
Paese di produzione: UK, Germania, Giappone
Anno: 2019
Durata: 100 min.
Genere: Drammatico, Fantastico
Regia: Macoto Tezuka

Con Tezuka’s Barbara Macoto Tezuka, del “dio del manga” Osamu, ragiona sulla poetica paterna traducendone le tavole in immagini cinematografiche. Presentato e premiato alla quarantesima edizione del romano Fantafestival.

Musa
Yosuke Mikura è un celebrato scrittore giapponese. La sua vita ha una svolta quando in un sottopassaggio della metropolitana si imbatte in una ragazza ubriaca e abbandonata al suolo, e decide di portarla con sé a casa. Il suo nome è Barbara. [sinossi]

Tezuka’s Barbara, nona regia per il cinema del cinquantanovenne Macoto Tezuka, si apre con una citazione da Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche, estratta per l’esattezza da “Del leggere e dello scrivere”, uno dei discorsi di Zarathustra che compongono la prima parte del tomo del filosofo tedesco: “C’è sempre una qualche parte di demenza nell’amore. Ma anche nella demenza c’è una parte di ragione”. Subito dopo la voce narrante del protagonista, il romanziere di successo Yosuke Mikura, introduce le immagini di Tokyo, megalopoli immensa e immensamente sola e sporca, con le seguenti parole “Le metropoli fagocitano milioni di esseri come fossero rifiuti organici. Una di loro è una ragazza di nome Barbara”. La citazione della tavola con cui nel 1973 Osamu Tezuka apriva Barbara è precisa, puntuale, e indirizza da subito la visione del film – per chi fosse avvezzo all’opera del cosiddetto manga no kamisama (“dio del manga”) – verso un’ipotesi di totale aderenza al testo. Di fedeltà. La stessa che lega da sempre e forse in modo inevitabile l’esperienza registica di Macoto Tezuka alla pesante eredità paterna. Tezuka ha scelto ed è stato anche costretto a fungere nell’ultimo trentennio da ufficiale testamentario di un lascito ponderoso, quasi impossibile da maneggiare in modo concreto. Il suo di adattamento per il grande schermo (e nel film con riprese dal vero, dunque smarcandosi anche dalla filiazione disegnata) della poetica paterna è affascinante, ed è che in pochi se ne siano davvero interessati nel corso degli anni. Altrettanto sorprendente dopotutto è anche la noncuranza con cui è stato generalmente accolto in occidente Tezuka’s Barbara, che da un punto di vista produttivo e di politica delle immagini avrebbe meritato invece ben altra attenzione. In questo senso vanno fatti i complimenti al romano Fantafestival, che l’ha accolto nella selezione della quarantesima edizione a un anno di distanza dalla sua prima mondiale. Perturbante e oscuro, Tezuka’s Barbara è un horror delirante che affronta senza censure una tematica a dir poco attuale, e spesso semplificata nel racconto mediatico: il conflitto tra i sessi, e il di dominio del maschile sul femminile. Non è forse casuale che la giuria che ha deciso di premiarlo a Roma con il Pipistrello d’Oro fosse composta interamente da donne (Ilaria Dall’Ara, Carmen Di Marzo, e Nicoletta De’ Vecchi).

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Ma perché, a conti fatti, un film come quello di Tezuka non ha smosso particolare interesse nel mondo critico e cinefilo mondiale? L’interrogativo potrà anche apparire ozioso, ma in realtà permette di ragionare sul pozzo nero dell’immaginario allargatosi anno dopo anno nel corso dell’ultimo decennio. Tutto ciò che appare bizzarro, e quindi non possibile da includere in categorie prestabilite e predigerite – e dunque innocue – è stato progressivamente espulso dal consesso internazionale, ridotto al silenzio. A maggior ragione occorre aprire gli occhi sull’abisso caotico di Tezuka’s Barbara, perché al di là della sua elegante confezione, che sembra costruita a dire il vero proprio solleticando i pruriti del fanatico arthouse europeo, a partire dalla potente ma anche anestetizzata da troppe visioni di Christopher Doyle, vi si agitano all’interno spettri del che altrove non è più possibile rintracciare. E se Tezuka in qualche misura rischia di depotenziare l’urlo anti-sociale del padre, il suo disdegno nei confronti di una società putrescente – in tal senso il potentissimo incipit resta un corpo appeso, un arto staccato e in parte inerte – gli va riconosciuto il coraggio di lanciarsi a peso morto in una materia incandescente. Il suo protagonista, quel romanziere adorato e che fa innamorare le donne, è in realtà un clamoroso fallito, e il film è il diario dettagliato e in crescendo del suo inevitabile fallimento. Non è però fallito perché gli manca l’ispirazione, ma in quanto brutale esecutore di quella discesa nel maelström della follia che ravvede nella società e contrappunta attraverso il suo volto intellettuale.

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Barbara, barbona alcolizzata e al contempo splendida seduttrice, è il simbolo di un mondo sotterraneo e incontrollabile, che la società sa solo stuprare, dominare con la violenza, soffocare. Esattamente come nel suo deliquio arriverà a fare il protagonista. Tezuka, che solo nel finale sembra concedersi l’agio di qualche riscrittura del testo paterno, non si lascia prendere la mano dalle frenesie del contemporaneo, e il suo film appare quasi un’opera astratta, così lucida e riflettente come la di Doyle, così avvolgente e démodé come la colonna sonora in odor di jazz di Ichiko Hashimoto. Guarda al passato, Macoto Tezuka (ama contrarre il cognome nella traslitterazione dagli ideogrammi in Tezka, ma si preferisce qui tornare alla forma utilizzata per il padre), a un cinema giapponese che sapeva ancora martellare l’immaginario muovendosi sul sottilissimo confine tra lo sguardo desiderante dello spettatore e le volontà spesso sadiche del regista: a tratti Tezuka’s Barbara fa intravvedere barlumi e schegge di Adachi e Wakamatsu – gli manca però la radicale e brutale violenza che diventa cinema e politica, non necessariamente in quest’ordine: ma la sceneggiatrice dopotutto è Hisako Kurosawa, già al su Cartepillar, altra riflessione sulla sopraffazione dell’ottusità maschile –, altre volte si adagia nel pinku eiga più canonico, altre volte ancora ricorda la furia disperata di Sion Sono, dalla cui filmografia attinge per trovare la splendida protagonista Fumi Nikaidō, che fu diciassettenne sul set di Himizu per poi tornare a lavorare con Sono nel successivo e iconoclasta Why don’t You Play in Hell?, e a cui sembra guardare anche per alcune scelte di messa in scena (sarebbe interessante confrontare Tezuka’s Barbara con lo splendido e misconosciuto Guilty of Romance). Manca forse a Tezuka la capacità di gestire completamente l’immaginario a disposizione, ma le svisate surreali più dirompenti, come il rapporto sessuale con un manichino e l’uccisione del cane – entrambe le situazioni concentrate nelle sequenze erotiche, a dimostrazione di una volontà di scoperchiare l’ipocrisia della dominante maschile – lasciano il segno in profondità, e fanno apparire Tezuka’s Barbara ben più di una bizzarria, ma semmai il tentativo di tornare a discutere di corpo, di e materiale, di carne e violenza, di sopraffazione tollerata quando è atto della creazione. Certo, gli si può rimproverare la volontà di non allargare lo sguardo al di là del particolare della storia narrata, ma anche solo l’essere riuscito a rappresentare la donna nella sua forma singola, unica e pensante, mettendola in conflitto con l’immagine del che la vuole vuota bambola di carne – in tal senso l’ultima parte ambientata nel cottage è molto puntuale – giustifica e gratifica l’intera operazione.

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