THE DECLINE OF WESTERN CIVILIZATION [SubITA]

Titolo originale: The Decline of Civilization
Nazionalità:
Anno: 1981
Genere: Documentario, Musicale, Storico
Durata: 100 min.
Regia: Penelope Spheeris

I Don’t Care About You
Los Angeles, 1981. Un luogo di alienazione e che diviene terreno fertile per la e l’affermazione del rock, nato qualche anni prima sulla East Coast. Una manciata di band spericolate e folli che, nel pieno di una fioritura artistica con pochi precedenti, gettano le basi per generi e sottogeneri che faranno la storia. X, The Germs, Fear, Black Flag, Circle Jerks, Alice Bag Band e Catholic Discipline sono la punta di un iceberg, un’avanguardia in rotta di collisione con il mondo, sempre in bilico tra tragedia e sarcastica noncuranza.

Nell’adolscenza dedita all’ascolto del , ancora nei primi anni Novanta, si parlava con rispetto e deferenza di The Decline of Civilization, il documentario che Penelope Spheeris aveva girato nella comunità musicale losangelina che infiammò la California, e poi il resto degli stati confederati, sul finire degli anni Settanta. The Decline of Civilization era un oggetto di , materia da trattare con estrema cura, anche se le copie in vhs che circolavano erano in uno pietoso, e mancavano completamente di sottotitoli. Vedere Darby Crash, o i Black Flag alle prese con White Minority, o ancora i rapidissimi Circle Jerks e i Fear di Beef Bologna, e vederli sul palco a suonare, rotolarsi, urlare, valeva bene minuti interi di interviste delle quali si capiva poco o nulla. Perché erano comunque lì, ed erano vivi. Una caratteristica che ad alcuni, a partire proprio da Crash, purtroppo non apparteneva più…

The Decline of Civilization, che fa la sua apparizione sugli schermi del Torino Film Festival, incastonato all’interno della retrospettiva dedicata al , è ovviamente un documento essenziale, lo si è appena affermato: con la sua etica del DIY – do it yourself – il ha visto proliferare, in un’epoca in cui le camere (super 8 e video) amatoriali iniziavano a diffondersi in maniera più capillare, un numero non indifferente di riprese di concerti, piccoli o grandi documentari, e via discorrendo. L’essere lì, nel momento esatto in cui quel che stava accadendo stava effettivamente accadendo, era il motore indispensabile per far sì che nascessero riprese, registrazioni, fanzine di vario tipo. Il e le sue derivazioni – l’hardcore statunitense, il movimento post- nel suo complesso – sono stati il terreno fertile sul quale si sono posati a germogliare non solo musicisti, ma anche scrittori, registi, giornalisti, designer, grafici. Una sub-cultura in grado di autoaffermarsi e di , in qualche modo e per qualche anno, aprendosi a volte troppo al “sistema” ma mantenendo, attraverso la trasformazione dell’indie prima e dell’alt rock poi (sempre che queste definizioni abbiano un reale senso, ovviamente), una propria ragion d’essere.

La domanda è sempre la stessa, ed è quella che vale la pena porsi (per rimanere ai titoli presentati sotto la Mole in questo quasi-inverno del 2016) anche per The Blank Generation, il di Ivan Kral e Amos Poe che pochi anni prima della Spheeris, nel 1976, cerca di trovare un senso all’esplosione del CBGB’s e della scena newyorchese: quanta consapevolezza c’era, al momento delle riprese, dell’importanza di questa o tal altra scena musicale? Al di là dell’esaltazione alla vista delle band che si danno il cambio sui palchi, e dell’inevitabile fascino “etnografico” nello scandaglio di una comunità così riconoscibile, quasi a livello tribale, come quella , l’impressione è che la Spheeris – più ancora di Kral e Poe, che sposano una lettura meno complessa, più epidermica e in qualche misura estetica – abbia la capacità di comprendere non solo la vastità di un fenomeno come quello dell’hardcore della west coast, ma sappia anche coglierne in fieri le motivazioni culturali, politiche, di classe. Ragazzi bianchi, esclusi dal processo economico o costretti a sanguinare – per citare un ottimo volume pubblicato da Marco Philopat, già degli HCN, sul italiano – che trovano, in un angolo reietto della società il proprio modo di esprimersi. Un modo che non accetta compromessi, che urla, che è consapevole di non avere futuro (sempre il “no future” di Lydon/Rotten a rimbombare nelle orecchie) e decide scientemente di non averlo.

Anche per questo la figura chiave continua a essere quella di Darby Crash, il cantante dei Germs che domina anche la locandina del film, sdraiato sul palco con il microfono vicino alla bocca. Quando a ventidue anni Crash decide di farla finita, procurandosi una overdose di , è il dicembre del 1980 e la Spheeris è proprio sul punto di terminare la post-produzione di The Decline of Civilization, nel quale i Germs sono rappresentati come una vera e propria forza della (vedere per credere l’interpretazione dell’inno Manimal). Solo pochi mesi prima, il 18 maggio, dall’altra parte dell’oceano si è impiccato nella sua di Macclesfield Ian Curtis, dei Joy Division e nome di punta del post- britannico.

A distanza di poco meno di quarant’anni da quelle riprese, è possibile cogliere nelle pieghe di The Decline of Civilization non solo uno sguardo su un mondo a parte, ma anche la consapevolezza di dover partecipare alla collettiva, la voglia di far parte di uno schema che si riproponeva di spezzare con caparbietà la fabbrica degli schemi che erano (sono) gli e, per estensione, il mondo occidentale. In quell’empatia, negli occhi e nella furia del pubblico ai concerti, nelle note di We’re Desperate degli X o in quelle di Depression e Revenge dei Black Flag, si coglie un sottobosco che il sistema ha fatto finta di non vedere e conoscere, preferendo relegare il tutto in ghetti controllabili, nei quali anche la rabbia era costretta a diventare solo gesto, effimero ma allo stesso indispensabile per potersi dire “vivo”. La Spheeris dirige un film emozionante e potente, politico fino all’osso. Anche per questo riterrà necessario tornare sull’argomento, proponendo delle deviazioni dal percorso dapprima in The Decline of Civilization Part II: The Years (1988), che si concentra sulla scena losangelina di metà anni Ottanta, e quindi in The Decline of Civilization III (1998), che lascia da parte la componente musicale per focalizzare l’attenzione sullo stile di degli squatter, dei punkabbestia. Una trilogia che è anche e soprattutto scandaglio di un’America profonda e poco e male raccontata. Perché, come cantavano i Black Flag, “I’m gonna hide/Anywhere I can”.

Recensione: quinlan.it

 

Spread the love

Related posts

By Anam

I'm A Fucking Dreamer man !

Related Posts