TIRADOR [SubITA]

Titolo originale: Tirador
Paese di produzione: Filippine
Anno: 2007
Durata: 85 min
Genere: Drammatico
Regia: Brillante Mendoza

Dal filippino Brillante Mendoza arriva Slingshot, un ritratto di teppisti adolescenti e ladruncoli, tutti fuori per ottenere quello che possono nei brulicanti bassifondi della famigerata città asiatica del peccato, Manila. (imdb)

imdb lo definisce anche “esilarante”

Traduco la bella recensione del 2008, trovata su https://oggsmoggs.blogspot.com/ :

In Manoro di Brillante Mendoza (The Teacher, 2006), Jonalyn, una giovane ragazza Aeta tenta di insegnare alla sua a leggere e scrivere in modo che possano votare durante le prossime elezioni. Insieme a suo padre, attraversa il deserto per cercare suo nonno, l’Aeta solitaria che deve convincere ad imparare a leggere e a scrivere. Il nonno appare solo verso la fine del film quando Jonalyn, da solo e sconfitto, siede al distretto elettorale. Insieme al cinghiale che ha catturato mentre cacciava per giorni nel deserto, i due tornano al campo per celebrare non il fatto che quasi tutta la ha votato per la prima volta, ma il fatto che hanno da mangiare e che sono vivi. Manoro, nonostante tutta la sua estranea degli sforzi eroici di Jonalyn per far partecipare la sua al processo democratico delle Filippine, è in sull’insignificanza della democrazia. Il film può essere opportunamente riassunto dalle d’ del nonno: “questo non mi rende meno uomo”, riferendosi al suo non aver partecipato alle elezioni.

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Tirador (Slingshot) è l’equivalente urbano di Manoro. Mentre i due possono avere ambienti dissimili (il primo è ambientato nelle luride baraccopoli di Quiapo, Manila; mentre il secondo, nelle foreste incontaminate di Pampanga rurale), le energie (il primo rimene nel suo perpetuo stato di movimento; il secondo è molto più rilassato), e predisposizione (il primo è bagnato da malinconia e cinismo, il secondo è più promettente), i due film condividono tuttavia la stessa mancanza di fiducia e di apprensione per il sistema politico e democratico filippino.

Tirador apre durante le ore morte della notte, dove le coppie scopano rumorosamente con solo pareti di compensato che separano i loro lamenti dalle grida del bambino spaventato dei vicini, i drogati prendono metanfetamina all’aperto, e i truffatori sono impegnati a servire i loro clienti. Un uomo cammina per le baraccopoli per avvertire gli abitanti dell’imminente arrivo dei poliziotti, mettendo i truffatori in fuga a correre verso comodi nascondigli, che includono canali sporchi e vicoli stretti. Una volta che i poliziotti arrivano, il film inizia a scoppiare di energia, con la telecamera che cattura rapidamente ogni azione mentre ogni residente è persuaso, minacciato, spinto e costretto ad essere allineato nel campo di basket per una corretta identificazione, e l’eventuale imprigionamento. La mattina seguente, gli uomini sono liberati da un candidato politico, sperando che il suo dono di temporanea sarà ricordato dai truffatori e dalle loro famiglie una volta arrivato il giorno delle elezioni.

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Tirador continua su quella nota di scoraggiamento. La sopravvivenza, il vocabolario del film che purtroppo è limitato a che connotano il pessimismo, è privo di qualsiasi eufemismo che l’ gli ha attribuito, ma esiste principalmente nel suo senso più basico, più animalesco. Gli uomini predano gli uomini, i compagni tradiscono i compagni, e virtù come l’, il rispetto e l’onestà diventano fuori luogo in una comunità in cui regna sovrano il fastidioso desiderio di durare un altro giorno. Il film rimbalza dal piccolo crimine di un residente all’altro, di solito esaminato con la complessità, franchezza e vigore di un documentarista intraprendente. Molto è stato scritto sullo stile visivo di Mendoza, frenetico ma voyeuristico. La fotografica non si lascia mai riposare mentre corre eternamente insieme ai suoi vari soggetti pericolosi verso ciò che sembra una ripetizione di grata.

Il risultato del virtuosismo di Mendoza con la fotocamera palmare e la narrazione apparentemente infinita può sembrare noioso, soprattutto perché il film sembra essere perennemente il bagno in una formidabile atmosfera di pericolo, depressione e sporcizia. È proprio a causa di questa voluta disumanità che il film riesce ad approssimare questa dimensione senz’ e senza cuore dell’, probabilmente endemica in una nazione in cui democrazia, ed estrema povertà convivono miracolosamente.

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Tirador si conclude con un raduno di preghiera che è graziato da diversi politici che hanno preparato discorsi sulle loro virtù e le loro promesse di cambiamento per le migliaia di devoti, che sono tutti potenziali elettori. Tra i devoti ci sono gli abitanti dei bassifondi di Mendoza, muniti di candele e autentici sguardi di pia speranza. Prima del lancio dei titoli di coda, la telecamera cattura qualcosa che è allo stesso tempo sorprendente ma non sorprendente: una delle mani degli abitanti della baraccopoli scende giù per le tasche di una vittima ignara. Non c’è cambiamento, probabilmente non ci sarà mai cambiamento. In mezzo alle vette dell’esercizio democratico e religioso, nulla può mai mettere in dubbio l’allarmante bisogno di , di sesso e di una nuova dentiera.

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